Feltrinelli

 ...Giangiacomo aveva un carattere tipicamente timido o aggressivo, molto puritano e capace di scoppi d'allegria sengerata, però quasi incapace di relax, Bisogni, niente, Desideri, non se ne parla. Aveva alcuni tratti grandi-borghesi precisi: il valutare direttamente e senza perifrasi di cortesia l'economicità delle operazioni, addirittura con un'affettazione manageriale di calcoli di costi e ricavi improvvisati con carta e matita lì al momento, il cambiar tono facendo cortesi domande su argomenti interessanti per l'interlocutore, quando la conversazione arrivava a una impasse; il timore non confessato ma visibile di venir frequentato solo per i suoi soldi, e dunque un certo ritegno e difficoltà nello stabilire rapporti semplici e distesi. Ma il tono manageriale scompariva immediatamente quando si usciva dall'ufficio e si passava al pranzo o al weekend: come se si proponesse di diversificare vistosamente il Privato dal Business. Non vorrei mostrare delle false ingenuità, ma non capisco perché ogni tanto veniva considerato un eccentrico milanese: certo, in un milieu dove novantanove andavano a Portofino, e tutt'al più a un safari in Kenya, uno che va a Cuba sembra più stravagante che non a Londra, dove su uno che va a Brighton gli altri novantanove vanno a Samarcanda o nel Kashmir. Ma attraverso la continua irrequietezza e i tanti entusiasmi successivi, si sentiva soprattutto una grande vivacità, una inesauribile capacità di esuberanza. Ricordo, per esempio, il progetto lungamente coltivato di una Storia del Gusto nell'Italia del Novecento (che non si fece perché mi passò la voglia) e una euforia per i tovaglioli e i giochi di carta colorata, che riempirono per qualche tempo le librerie Feltrinelli. (Se il cinema italiano non fosse cretino e vago, con tali materiali un piccolo nuovo Orson Welles poteva fare un piccolo nuovo Citizen Kane.)..."

(Alberto Arbasino su Giangiacomo Feltrinelli  in "Un Paese senza")


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