All'ombra delle fanciulle in fiore

 Siccome il rischio di piacere dipende soprattutto da ciò che passa o no inosservato, si dovrebbe almeno per prudenza, non parlare mai di sé, perché è un argomento su cui si può esser sicuri che la visione degli altri e la nostra non concordano mai. Se quando si scopre la vera vita degli altri, l'universo reale sotto l'universo apparente, si resta sorpresi come nel visitare una casa, in apparenza qualsiasi, ma che dentro sia piena di tesori, grimaldelli e cadaveri, non meno sorpresi si resta quando, il luogo dell'immagine che ci eravamo fatta di noi stessi, in base a ciò che ciascuno ce ne diceva, si scopre quale immagine completamente diversa gli altri racchiudono in sé di noi e della nostra vita dai discorsi che tengono sul nostro conto in nostra assenza. [...] Il rischio minore è di irritare gli altri con la sproporzione esistente tra l'idea che abbiamo di noi stessi e le nostre parole, sproporzione che rende generalmente i discorsi degli uomini su sé stessi altrettanto ridicoli di quei tentativi canori dei falsi amanti della musica che provano il bisogno di canticchiare un motivo che amano, compensando l'insufficienza del loro inarticolato mormorio con una mimica energica e un entusiasmo che non giustifica affatto ciò che ci fanno udire. E alla cattiva abitudine di parlare di sé e dei propri difetti bisogna aggiungere, dato che è tutt'uno con essa, quell'altra di notare negli altri difetti assolutamente analoghi ai nostri. Ora è sempre di questi difetti che si parla, quasi fosse un modo di parlare di sé, invertito, e che unisce al piacere di assolvere quello di confessare. D'altra parte sembra che la nostra attenzione, sempre attratta da ciò che ci caratterizza, lo noti in particolar modo negli altri.

Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore


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