La Sibilla
I tedeschi non sono più i baldanzosi occupanti che si sono visti marciare a Parigi: sono banditi che rapinano i passanti e razziano i negozi, ridendo e insultando. Le persone assistono inebetite. Joyce è frustrata e furiosa, lei che conosce il tedesco capisce cosa dicono delle donne italiane quei rozzi crucchi e non lo sopporta. Ripensa al coltello a serramanico che ha imparato a usare nel suo addestramento inglese per la guerriglia cittadina. «Un’arma terribile: dove prendevi prendevi, ammazzavi di sicuro». Gira dunque ore per la città con il coltello in tasca cercando l’occasione giusta per ammazzare un tedesco. È un pensiero che da quando le si è formato in testa non l’abbandona. A differenza di Parigi, dove tutti erano stati presi alla sprovvista ed erano quasi in stato di shock, ora si arrivava da anni di guerra e si cominciava a sapere qualcosa sulle torture e sui campi di sterminio. Joyce è decisissima ad agire, «mi trovavo in uno stato di psicosi». Si vuole proprio «togliere il gusto» di ammazzare uno di quei banditi. Ma quando ne becca uno da solo, a vicolo Scanderberg, magrolino, malridotto, nonostante l’occasione favorevole, al sentirlo starnutire improvvisamente ha un ripensamento. «Quel gesto così umano mi ha fatto dileguare la rabbia», mi ha spiegato quando me lo ha raccontato (precedentemente, in un suo testo, aveva detto che era stato l’arrivo di una pattuglia a sventare il suo attacco). Fatto sta che, tornata a casa, si confronta con Emilio su questa sua pulsione terribile, ed Emilio si arrabbia e le fa delle gran prediche che però non la acquietano del tutto. L’indomani mattina ci proverà ancora una volta (qui forse, nel fatto che i momenti sono diversi, sta la spiegazione delle due versioni). “
Silvia Ballestra, La Sibilla. Vita di Joyce Lussu, Laterza (collana I Robinson / Letture), 2022¹; pp. 116-117.
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