Scherzetto
Betta che si strusciava al suo collega era scostumata; e suo marito incuneato tra lei e l'estraneo – un amante, un fratello, un amante fraterno – era scostumato; come scostumate erano le pareti, il vento che soffiava dalla Marina, la città. Qualche tempo dopo la morte di mia moglie, avevo guardato tra le sue carte – scostumato anch'io – e mi ci era voluto poco per rendermi conto che, mentre ero distratto giorno e notte dalle piccole dure battaglie per la mia affermazione artistica – erano stati tanti, tantissimi, gli anni di distrazione nel corso dei quali la cosa che aveva contato di più era andare dietro al mio estro –, lei mi aveva tradito spesso, già pochi anni dopo che c'eravamo messi insieme. Perché. Non se lo spiegava nemmeno lei, faceva solo ipotesi. Per ricordarsi che c'era. Per darsi un po’ di centralità. Perché la mia centralità, all'interno della nostra relazione, era eccessiva. Perché il suo corpo aveva bisogno di attenzione. Per una mossa cieca della sua vitalità. Dietro la vita costumata di ogni giorno – sospirai pieno di scontento – c'è uno spiritello senza educazione che fingiamo di non vedere, un'energia che ci anima la carne debellando a scadenze fisse ogni compostezza, anche nei più composti.
— DOMENICO STARNONE, Scherzetto, Einaudi, Torino 2016, p. 16
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