La guerra invernale
Arrivano annunci di vittorie folgoranti, la vittoria finale è imminente, dicono già conseguita, eppure la guerra invernale continua. I mercenari non sanno perché combattono, perché muoiono, perché subiscono amputazioni in primitivi ospedali da campo e vengono rispediti all’inferno del fronte con protesi rozze, alcuni con viti e ganci nelle mani, altri ciechi, la faccia ormai solo una massa di carne viva, al fronte, che è ovunque. Sanno soltanto che combattono contro il nemico. Compiono atti eroici, assurdi e disumani, senza sapere perché; hanno ormai scordato da tempo di essersi arruolati volontari; cominciano a cercare un senso nella guerra invernale, elaborano teorie stravaganti – forse la guerra è necessaria, forse le sorti dell’umanità dipendono da loro –, e queste sono le uniche domande che ancora reputano sensate. La speranza che un senso esista dà loro la forza di cui hanno bisogno, è il processo attraverso il quale la carneficina diventa possibile e sopportabile. Per questo motivo, si capisce, il mercenario non combatte solo il nemico ma anche gli altri mercenari nei suoi stessi ranghi. Non ha solo un nemico ma anche un avversario: il mercenario che attribuisce alla guerra invernale un significato diverso. Questo avversario lo odia, mentre il nemico gli è indifferente; con l’avversario è crudele, ne fa scempio, il nemico semplicemente lo uccide.
Friedrich Dürrenmatt, La guerra invernale nel Tibet, traduzione di Donata Berra, Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), 2017.
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