Paolo Villaggio racconta di quando conobbe Dino Buzzati

Il mio incontro con Buzzati è stato tanti, tanti anni fa. Era il mese di luglio alle nove di sera. Abitavo ancora a Genova coi miei genitori in una casa proprio in riva al mare. Non c’ era l’ inquinamento, il mare era trasparente e nelle notti senza luna aveva dei magici effetti di fosforescenza e il boschetto di pitosfori odorosissimi sotto il mio balcone era illuminato da centinaia di lucciole. Era lì che mi incontravo sempre dopo cena con la ragazza con la quale stavo, che era proprio bella, aveva una gonna bianca, mi piaceva da morire e che ora è mia moglie. Quella notte era una di quelle notti che son così belle solo quando si è giovani. Lei mi venne incontro sorridente correndo per abbracciarmi come faceva sempre. Nell’ abbraccio cade per terra un giornale piegato in quattro. Ricordo perfettamente che mi staccai da lei e mi chinai per raccogliere una copia del Corriere della Sera aperta sulla terza pagina. Sulle due colonne di sinistra c’ era questo titolo: “Il gatto del cavaliere Inghiani”. Maura, la ragazza di cui ero innamoratissimo, mi disse: “Ahé Ti ho portato questo racconto, è curiosissimo… Molto strano…”. Eravamo in quel periodo felice prima dell’ avvento della televisione e si leggevano libri, si parlava di libri e io e lei leggevamo sempre insieme e a voce alta le cose più belle e significative. Leggevo io perché avevo una voce che a lei piaceva e una certa predisposizione a recitare. Ero molto felice quell’ estate. Andammo vicini a un chiosco di orzate e con un bicchiere rovesciato pieno di lucciole che lei teneva in mano tornammo al nostro boschetto a leggere quel racconto alla luce molto suggestiva di quella lanterna improvvisata. L’ impressione fu notevolissima, io a quei tempi ero già pazzo di Kafka. Ricordo che a metà racconto corsi alla firma in calce, era Dino Buzzati. Da quella notte divenne per noi un’ esigenza leggere tutti i suoi racconti settimanali sulla terza pagina del Corriere. Poi ovviamente anche Il Deserto e Barnabo delle montagne. C’ era uno dei suoi racconti lunghi che mi piaceva particolarmente, Il segreto del bosco vecchio per la magia, il clima da fiaba russa con il vento Matteo che parla, con la gazza guardiana e le sue gocce di sangue che cadono pesanti come piombo sulle foglie dopo che il protagonista, il colonnello Sebastiano Procolo, gli spara con la doppietta uccidendola alle tre del mattino. E la gazza che chiede prima di morire di recitare una poesia. Tutto di quel racconto colpiva violentemente la fantasia. Da allora sono passati quasi quarant’ anni e m’ è capitata una cosa che allora mai avrei sognato: sono entrato dentro il racconto. Io con la faccia, i vestiti, la voce, la casa, del colonnello Sebastiano Procolo, sono andato a vivere dentro il bosco magico di Buzzati. Ho respirato a lungo l’ odore del sottobosco che provoca delle emozioni violente, perché colpiscono la sfera emotiva e non quella razionale quasi diritti alla memoria genetica che c’ è dentro tutti noi. Ho camminato in lungo e in largo nel bosco vecchio ma proprio quello di Buzzati, al mattino con le nebbie dell’ alba, col sole caldo d’ estate che filtra attraverso i rami, e che la notte diventa nero e incute un timore infantile del tutto irrazionale. E poi coi colori della primavera e quest’ ultimo mese di ottobre con l’ odore inebriante dei funghi al mattino dopo la pioggia. Ecco la cosa più bella è l’ odore della pioggia nel bosco. Tutto questo Buzzati ne ha raccontato l’ essenza. E io ci sono entrato per magia: Ermanno Olmi, grande amico di Buzzati e uno dei grandi del cinema mondiale mi ha preso per mano e mi ha detto vieni ti porterò nel bosco vecchio perché tu sei il colonnello Sebastiano Procolo nel film che sto per fare. Ed eccomi nel bosco magico con lui. L’ avventura non è ancora finita, noi cioè Olmi io e la troupe siamo ancora quassù: aspettiamo la neve dove io morirò. Ahé dimenticavo, non sono solo con Olmi lassù, ma questa è una cosa che ci diciamo quasi tutte le mattine camminando fra gli alberi. Buzzati c’ è, è presente, è con noi, nel suo bosco vecchio.

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