Trionfo congiunto

O quel – e va bene – come, diciamo, al momento culminante mentre fai l’amore, il culmine estremo, quando lei comincia a venire, quando ti sta davvero rispondendo e tu glielo leggi in faccia che sta cominciando a venire, gli occhi si ingrandiscono in quel modo che è sia sorpresa sia riconoscimento che non c’è donna al mondo capace di simulare o contraffare se la guardi davvero attentamente negli occhi e la vedi davvero, sa bene di cosa parlo, il momento apicale di massimo contatto sessuale umano quando ti senti più vicino a lei, con lei, tanto più vicino e reale e estatico di quando vieni tu, che sembra sempre un po’ come mollare la presa della persona che ti ha agguantato per impedirti di cadere, un banalissimo starnuto neurale talmente lontano da lei e da come lei viene da non avere nemmeno lo stesso prefisso di zona, e – e lo so questa come la prenderà ma gliela dico lo stesso – ma come perfino quel momento di massimo contatto e trionfo congiunto e gioia per il fatto di farle cominciare a venire ha in sé questo vuoto di tristezza pungente, di perderle nei loro occhi mentre i loro occhi si dilatano fino al punto di massima ampiezza e poi quando cominciano a venire quelli cominciano a serrarsi, si chiudono, gli occhi, e tu senti quel familiare piccolo ago di tristezza dentro la tua esultanza mentre loro si inarcano e chiudono gli occhi e tu senti che hanno chiuso gli occhi per lasciarti fuori, sei diventato un intruso, ora la loro unione è con la sensazione stessa, con l’orgasmo, che dietro quelle palpebre calate ora gli occhi sono completamente arrovesciati e fissano attentamente all’interno, dentro un vuoto dove tu che le hai portate fin lì non puoi seguirle.

D. F. W. Brevi interviste con uomini schifosi

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