La vedova nera e il magic bus...

Ero l'addetto alla birra. Una cassa per ogni viaggio. Ventiquattro pezzi di Stones: la birra di Sheffield. Casa mia. Anche se ora vivevo in America. Era una birra bionda, ad alta gradazione, amara al punto giusto. Non troppo gassata. Insomma, andava giù che era un piacere. Nel corso degli anni avevo perso i capelli, la tartaruga scolpita sulla pancia che avevo da ragazzo, e la passione per il calcio. Ma non quella per la birra. Continuavo a bere parecchio, nonostante "il doc" mi avesse consigliato di andarci piano. La verità è che nel corso di quegli stessi anni avevo perso molto altro. Cose che facevano ancora male, e che non sarebbero tornate mai più. Ma era la vita. Non eravamo noi a poter decidere su certe questioni. Quelle venivano dall'alto, o forse dal basso. Chissà. Diciamo che arrivavano e basta. Come un cazzotto sul naso. Ti facevano piangere. A volte addirittura cadere in terra. Poi però, se non eri uno smidollato (e io non lo ero mai stato) riuscivi a tirarti su, ad asciugarti le lacrime dagli occhi e a ripartire. Con un solco nel cuore, certo, ma comunque ancora in grado di tirare avanti. L'idea del gruppo vacanze era stata mia. Avevamo di tutto: vedove e vedovi, divorziate e divorziati e, pezzo forte della comitiva, single incalliti alla ricerca del vero amore. Ma anche bambini. Più che altro nipoti. L'autobus era stato ribattezzato "Magic Bus". In onore degli Who. Grazie a un testa a testa all'ultimo sangue. Io spingevo per "Magic Bus", mentre quell'altro di cui non ricordavo mai il nome (per colpa della vecchiaia, non per mancanza di rispetto) portava avanti la sua personalissima crociata a favore di "Magical Mystery Bus", con un più che ovvio riferimento all'album dei Beatles. Beatles vs Who. Who vs Beatles. Un bella sfida. Culminata con un mio atto dispotico che aveva tagliato la testa al toro. Mugic Bus. Punto e basta. Il tizio non l'aveva presa affatto bene. Mi aveva addirittura preso a male parole. E io gli avevo suggerito di trovarsi un altro gruppo vacanze. Ancora una volta mi aveva mandato a quel paese. Però alla fine era rimasto con noi. Sì perché il nostro gruppo era la fine del mondo. Quando ci trovavamo in piazza all'alba, in attesa del Magic Bus, con i nostri colori sgargianti e le nostre facce segnate dal tempo, sembravamo far parte del cast di un film di Fellini. Pace all'anima sua. Se fosse ancora vivo, il buon Federico intendo, avrebbe messo sotto contratto l'intera comitiva. Pacchetto "full". E noi, grazie alle nostre rughe naturali e alle prostate ingrossate, gli avremmo garantito l'Oscar. Ma non erano tutte rose e fiori. C'era questa vedova che mi stava addosso. Non mi dava tregua. Bionda, vestita sempre all'ultimo grido. Labbra rosse fuoco. Unghie laccate. Fumava come una ciminiera. Una sigaretta dietro l'altra. Spesso usava il mozzicone di una per accedersi quella successiva. Era costantemente avvolta da una nuvola di fumo. Partecipava ai nostri viaggi accompagnata dalla nipotina. Erano sempre vestite "en pendant". Prediligevano il rosa. Sembravano due caramelle. Una grande, e una piccola. Era una di quelle donne che amava stare a fianco di un condottiero. Suo marito era stato generale dell'esercito, o forse della marina. Non me lo ricordavo. E il fatto che io fossi "il boss" nonché l'ideatore del gruppo vacanze, mi dava un'autorità che, almeno ai suoi occhi, era pari a quella di Napoleone. Roba da non credere! Partimmo di buon'ora. Sistemai le birre nel frigobar del Magic Bus, poi mi accomodai in prima fila. Soffrivo di mal d'auto. Solo quando ero sobrio, per la verità. Ma stappare una lager a quell'ora, mi era sembrato quantomeno inopportuno. Non feci in tempo ad appoggiare le chiappe sul seggiolino, che la vedova (nera) mi fu addosso. Come va? Sei carico? Che cosa ci hai organizzato di bello questa volta? Posso tenerti a braccetto? Lo sai che io vengo a queste uscite solo perché ci sei tu? Insomma, la solita valanga di sciocchezze. Dopo una decina di minuti, anche se controvoglia, dovetti stappare la prima birra. Questione di sopravvivenza. Una sorta di legittima difesa. Quando arrivammo a destinazione, nel cuore di Las Vegas, ero piuttosto alticcio. Forse addirittura sbronzo. Scambiai un'occhiata con il fenicottero del Flamingo. Mi parve di vederlo scuotere la testa. Sconsolato almeno quanto me. Lei invece, la vedova impicciona, sembrava pronta a radere al suolo la città. Un generatore di corrente sovraccarico. Fu per colpa della birra? Chissà. Quello che so è che non riuscii a difendermi. Fui preso alla sprovvista. Col senno di poi, avrei dovuto intuire il suo piano. Las Vegas. La città dove tutto diventava possibile. Soprattutto una volta tramontato il sole. Non appena arrivammo in hotel, tempo di sistemare i bagagli, la vedova mi si presentò davanti. Ero ancora su di giri a causa dell'alcol. Lei mi sbatté in faccia l'ennesima bottiglia di birra. Non seppi resistere. La bevvi in pochi sorsi. Fu un tragico errore. Cominciai a vedere doppio, forse addirittura triplo. Lei, che nel frattempo si era trasformata in un "loro", mi prese per mano e mi trascinò fuori dalla camera. Uscimmo in strada. Vagammo per la città. Non so come, ma ci sposammo. La mia mente ormai compromessa riuscì a registrare un unico flash di quella specie di disastro. Piuttosto vago, per la verità. Il tizio vestito da Elvis che, facendo finta di cantare "I Can't Help Falling in Love", condusse la mia futura moglie all'altare, davanti a una specie di sacerdote che mi diede l'impressione di essere il più grande peccatore del pianeta. La vedova si stabilì a casa mia. Io caddi in depressione. E il gruppo vacanze andò in rovina. Pretendeva che facessi "cose", intendo "cose a letto", che non ricordavo più nemmeno che nome avessero. L'infarto mi colse di sorpresa. Ammanettato chissà come al letto. Con lei sopra, a cavalcioni, in calore come una colata di lava vulcanica. Tentai di farle capire che stavo morendo. Lei lo interpretò diversamente. A quanto pare ciò che mi condannò a morte fu una specie di "PRE" RIGOR MORTIS. Uno scatto d'orgoglio del mio arsenale ormai arrugginito che, un attimo prima di "alzare" per sempre bandiera bianca, aveva deciso di lasciare ai posteri un atto di coraggio scritto nella roccia. Un gesto capace di giustificare una vita intera. Morii così. Con l'uccello duro come un palo della luce. E con lei, ora "due volte vedova", a urlare di piacere sopra di me. Strana la vita. Ma credetemi, mai quanto la morte. 

Alessandro Casalini Scrittore

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