Sempre d'amore si tratta
Ricordo quella volta in cui, qui a Viareggio, sbocciarono i papaveri. C’è un campo vicino ad una strada parecchio trafficata. Da lì arriva sempre odore di smog ed è difficile perfino attraversare, perché tutti hanno furia di arrivare chissà dove e guidano come se fossero fulmini, incuranti del pericolo e degli altri. È una zona grigia e marrone, o almeno io la penso così, quando la immagino. Una zona abbandonata dall’uomo, dove la vegetazione ha preso il sopravvento senza alcuna armonia. Qualche anno fa in questo campo sono sbocciati dei papaveri. Migliaia di papaveri. Girava la voce tra la gente dalle parti del mercato. Anzi, la voce era arrivata fino al mare: “Dobbiamo andare a vederli, assolutamente. Dobbiamo andare a fotografarli, sono tantissimi, ma come sarà possibile?”. Sempre in cerca di una spiegazione, anche quando si tratta di magia.
Siamo andati? Certo che l’abbiamo fatto. Abbiamo preso le biciclette e la macchina fotografica, abbiamo aspettato il nostro turno per andare dall’altra parte del ponte e dal punto più alto, sospesi sopra il fosso che c’è accanto al campo, abbiamo visto una distesa di piccole fate vestite di rosso cuore che ballavano seguendo il vento. È così giusto seguire il vento, ogni tanto. Forse le fate lo sanno.
Abbiamo attraversato la strada correndo ed io, come tutte le volte in cui vedo qualcosa di bello, mi sentivo triste. Come se fosse troppo, per me. Come se la bellezza rendesse più evidenti tutte le mie mancanze.
In mezzo al campo si era creato un viottolo e c’erano decine di persone che camminavano tra i fiori cercando di non disturbarli. C’era chi si baciava, chi si giurava amore eterno senza credere all’eternità, chi saltava convinto di poter volare. Le illusioni fanno male, è vero, ma ne abbiamo bisogno. Sono come coccole fasulle che almeno per un po’ mettono a tacere la rabbia e il dolore.
Noi accarezzavamo i papaveri e dicevamo “che spettacolo, che bello vederli insieme”, che a dirci ti amo non siamo mai stati bravi. Da quel giorno siamo tornati spesso lì, ma le fate sembravano andarsene una ad una, lentamente, lasciando spazio al verde. Già la settimana dopo c’erano la metà dei papaveri e di fronte a quell’incantesimo spezzato dicevamo “meno male li abbiamo visti in tempo.”
In questi ultimi anni, passando in macchina, mi sono chiesta spesso se sarebbero tornati, ma loro niente. Per ora niente. Il secondo anno mi ci sono quasi arrabbiata, ho detto “ma non è giusto, dove sono finiti?” e l’anno scorso con un po’ di nostalgia ho chiesto “non fioriranno più, mai più?” e mai più lo dicevo anche da bambina quando la situazione mi sembrava grave e difficile da superare.
Quel giorno ho imparato forse la lezione più importante di tutte.
Lui mi ha guardata e mi ha detto: “Non prendertela, dai. Almeno li abbiamo visti. Non è già fantastico così? Almeno abbiamo qualcosa in cui sperare.”
Ed io finalmente, ho capito.
Le fate lo sanno: non erano i papaveri, il punto, e nemmeno i baci.
Era la speranza.
È sempre stata lei.
Susanna Casciani
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