La parola
Trascinato dall'estroso vento dei sogni fuori delle vallate della notte, stavo sul ciglio di una strada, sotto un limpido cielo tutto dorato, in una meravigliosa contrada montana. Senza guardare, percepivo da qualche parte laggiù, dietro di me, la lucentezza, gli spigoli e le sfaccettature dell'immenso mosaico di rupi, i precipizi abbaglianti, lo specchio corrusco di molteplici laghi. La mia anima era in preda a una sensazione di divina policromia, di libertà, di sublime: sapevo di essere in Paradiso. Tuttavia, in questa mia anima terrena permaneva, simile a una fiamma che straziava, un unico pensiero ancora terreno – e con quale gelosia, con quale inflessibilità lo proteggevo da quell'aura di titanica bellezza che mi circondava. Quel pensiero, quella nuda fiamma di tormento erano rivolti alla mia patria sulla terra: scalzo e misero, sul ciglio di una strada montana, attendevo i caritatevoli, luminosi abitanti del Cielo, mentre il vento, quasi il presentimento di un miracolo, scherzava tra i miei capelli, riempiva le gole di un rombo cristallino, e scompigliava le sete fiabesche degli alberi che fiorivano tra i dirupi lungo la strada; steli d'erba slanciati lambivano i tronchi come lingue di fuoco; ampie corolle di fiori si staccavano soavi dai rami lucenti e, come aerei calici traboccanti di luce solare, galleggiavano nell'aria, gonfiando i diafani petali aperti; il loro profumo, dolce e umido, mi ricordava quanto di più bello avessi mai conosciuto nella vita.
Vladimir Nabokov, La parola in “Una bellezza russa e altri racconti”
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