Le medaglie d'oro
Pierre de Coubertin, fondatore dei moderni Giochi Olimpici, sosteneva che comunque “l'importante é partecipare”.
Puo’ darsi.
Ma visto che il fine ultimo dello sport non é gareggiare ma vincere, mi permetto di non essere del tutto d'accordo.
Alla fine, caro Pierre, quello che conta é quel pezzetto tondo di metallo al collo, sia esso d'oro o bronzo, é un riconoscimento al valore sportivo dell'atleta.
Di quelli che hanno partecipato e basta, non resterà né traccia né memoria.
A meno che…
Ci sono medaglie d'oro che non sono state appese al collo.
Una la consegnerei a Raven Saunders, la La venticinquenne atleta afroamericana che. ha incrociato le braccia a “X” durante la cerimonia di premiazione di domenica allo Stadio Olimpico dopo aver vinto la medaglia argento
Il gesto dell'atleta, peraltro condannato dagli “organizzatori” é stato a sostegno dei Diritti LGBT nel mondo
Gesto non permesso, cosi’ come é vietato ogni altro riferimento politico ai partecipanti.
Questo strano divieto é per sottolineare che lo “sport é di tutti” e al di fuori da ogni controversia che possa dividere anziché unire.
Il trionfo dell'ipocrisia.
Come se gli atleti non fossero uomini o donne reali, ma solo prodotti sportivi da osannare.
Del loro punto di vista personale non dovrebbe fregarcene una pippa.
Ed invece a me frega.
E mi piace vedere una Donna con le braccia ad X per ricordarmi di tutti coloro che nella vita stanno gareggiando e perdendo.
E mi piace il gesto dell'atleta algerino, lo judoka Fethi Nourine che si è ritirato dalle Olimpiadi di Tokyo perché, a seguito di un sorteggio, avrebbe dovuto affrontare un judoka israeliano.
Con quelli non si fa nemmeno merenda, figurarsi una gara olimpica.
Medaglia d'oro per Nourine.
Un'altra medaglia d'oro l'assegnerei alla belga Anna Vanbellinghen, la prima atleta “transgender” delle olimpiadi.
Ha partecipato nonostante tutti i riflettori fossero puntati sul suo sesso anziché sulle sue capacità sportive.
Perché un conto é essere lesbiche, gay o trans, in silenzio, un altro é dichiararlo apertamente.
Come hanno fatto Carl Nassib, primo giocatore di football americano e qualche altra decina di atleti come, per esempio, Tom Daley, Gus Kenworthy, Michael Sam, Ian Thorpe ecc. ecc.
Il coraggio d’ Essere prima che di apparire.
Sono le medaglie che non verranno mai assegnate.
Ma é ancora viva nella memoria di tutti, quell'immagine di Città del Messico, con Tommie Smith e John Carlos, che alzavano il pugno al cielo, simbolo di un decennio di proteste per i diritti civili dei neri.
Da brividi.
Lasciate quindi che la protesta, la partecipazione Coubertiniana entri negli stadi olimpici e ci inviti a riflettere.
Uno solo si metterà al collo la medaglia d'oro per la sua vittoria sportiva, ma milioni di altre Persone che si stringeranno accanto a Saunders o a Tommie Smith, avranno vinto la loro medaglia.
E scusate se é poco.
Claudio Khaled Ser
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