Noemi Pianegonda

Con il cuore gonfio di dolore comunico la scomparsa, avvenuta questa notte, di Noemi Pianegonda.

Era nata il 30 novembre 1930 a Sant'Antonio del Pasubio (VI), dove poi visse l'infanzia e la giovinezza con i genitori Valentino e Maria Bariola, il fratello Walter e le sorelle Adriana e Valentina.

Dopo l'8 settembre 1943 la sua casa diventò un punto d'appoggio fondamentale per la Resistenza armata, nella quale si tennero importanti riunioni tra il Comando della Brigata “Garemi” e i Comandi superiori, e un passaggio obbligato per gli ex prigionieri angloamericani e gli ebrei che venivano accompagnati fino alla frontiera con la Svizzera. Chiunque fosse di passaggio in quei luoghi sapeva di poter trovare un tetto sicuro e un pasto.

Seguendo l'esempio dei genitori, del fratello Walter, comandante partigiano con il nome di battaglia “Rado”, e delle sorelle, divenute “Kira” e “Kora”, anche Noemi iniziò a collaborare con le formazioni armate dislocate nell'alta Val Leogra come staffetta con il nome di copertura “Piccola”.

Faceva quotidianamente la spola tra la sua abitazione, il comando di Brigata stanziato a Malunga e le basi delle pattuglie della zona.

Nell'autunno 1944 l'organizzazione venne individuata a seguito di una soffiata. Solo il padre Valentino, ex carabiniere, riuscì a scampare all'arresto, mentre tutta la famiglia venne catturata. Domenica 19 novembre 1944, al mattino, Noemi venne prelevata da due fascisti all'Istituto Canossiano di Schio, dove studiava come interna, e condotta al carcere di Rovereto, nel quale si trovavano già la madre e le sorelle. Non avendo ancora compiuto 14 anni, il direttore del carcere si rifiutò di accettarla e la mise agli arresti domiciliari nel vicino Istituto della Sacra Famiglia. Il 30 novembre, suo compleanno, Noemi fu trasferita al carcere di Rovereto, dove si ricongiunse con le altre donne della sua famiglia e anche con Walter, che poco dopo fu deportato a Dachau.

Vi rimasero fino ai primi di febbraio, allorché furono trasferite al lager di transito di Bolzano, caricate su un camion con le mani legate dietro alla schiena. Al lager furono impiegate nei servizi del campo, vestite con la divisa a righe e il triangolo rosso dei deportati politici, con impresso il numero di matricola. Il suo era “9155”.

Nella desolazione in cui era caduta per la detenzione, il freddo, la denutrizione, Noemi poté godere del conforto di Egidio Meneghetti, prorettore dell'Università di Padova, anch'egli detenuto per antifascismo. La vide di lontano e, avvicinatosi, le chiese come mai, così piccola, portasse il triangolo rosso. Lei rispose: “Perché sono sorella di un comandante partigiano”.

E lui le disse: “Portalo con orgoglio!”.

Noemi rientrò in Val Leogra nel maggio 1945. Si sposò, ebbe due figli, condusse una vita normale e felice, ma anziché rimuovere la tragica esperienza, volle condividerla con le nuove generazioni, recandosi per lunghi anni nelle scuole. Per molti anni fu segretaria della sezione ANED di Schio, assieme a Gianna Zanon, figlia di Andrea, partigiano territoriale deceduto a Gusen.

Ho avuto l'onore di conoscerla, di conquistare la sua amicizia e la sua stima, raccogliendo in più occasioni la sua testimonianza.

Il vuoto che lascia è enorme, in città, nell'intera Val Leogra, tra quanti l'hanno conosciuta e amata, tra tutte le persone sinceramente antifasciste e democratiche

Lunedì mattina la saluteremo per sempre, ma il suo ricordo non morirà mai.

Hasta siempre, “Piccola”!

Ugo De Grandis


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