Occhio folle

[...] Prendevo lucidamente atto che la Valle delle Meraviglie rinasceva in me dalle origini e che la mia psicosi di cui ero ormai abbastanza consapevole si urtava con questo mondo delle origini, i segni ideografici incisi su quelle rocce tra l’incanto del silenzio e delle forme materiali mi si rivelarono come non mai, la mia matita disegnava come se avessi sempre disegnato [...]
Provavo una felicità rara e una ricchezza straordinaria per fantasia. Sapevo di ricavare improvvisamente ogni mia facoltà da un mondo antichissimo che in me non s’era ancora rivelato. Ma questo non veniva fuori dalla volontà, ma da un dono singolare. Concentravo la bellezza, tutto quanto avevo vissuto e vivevo nel quadro che trovavo. Non perdevo un istante e anche nelle poche ore di sonno ero in veglia, come un indiano [...] 
Non dormivo mai cioè non perdevo mai completamente coscienza di me, la mia realtà si estendeva nel sogno, il sogno nella realtà, la materia fenomenica mi alleggeriva e davvero mi sembrava che avrei potuto volare oltre l’orizzonte quella demarcazione instabile che mi aveva sempre (prima) fermato ora non mi ossessionava più. La pittura fisicamente più viva della parola più difficile mi liberava. Ero meravigliato di questa nuova possibilità che non avevo voluto. Ho sempre riso della volontà. Non facevo nessuna fatica a lavorare dieci ore al giorno. Quattro ore in mare, tre ore di sonno ed ero riposato desideroso di rimettermi al quadro che mi stupiva per tutte le possibilità che mi offriva. Il mondo esterno non esisteva più [...]
Dal segno passavo al disegno poi a forme specifiche e ai colori. La pittura di «realtà ideografica» era nata [...]
Mi sono singolarmente arricchito. Prima la macchina da scrivere. Ora pennelli e macchina da scrivere [...]

 Guido Seborga, Occhio folle, occhio lucido, Ceschina, 1968

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