Pappagalli verdi

“Ha il portamento di un re, Omar, e mi parla dell’Afghanistan come si racconta una fiaba, una realtà - o forse solo una fantasia - lontana e irraggiungibile, come se il confine non fosse lì, a un paio d’ore di macchina. Mi parla della sua Kabul che ancora non conosco, della guerra e del disastro infinito di un popolo, delle tenui speranze di pace. Inch’Allah, se Dio lo vorrà. Forse è stato allora, in quel negozio pieno di polvere, che ho iniziato ad amare Kabul. Forse è lì che ho cominciato a immaginarla come l’avrei vista due anni dopo, sorprendentemente uguale ai miei sogni. Le case di fango abbarbicate alla montagna, che la sera si illumina di tante piccole luci, stelle gialle che sfumano e si confondono col cielo buio e la via lattea che le ricopre come un mantello, così bassa e vicina da poterci guardare dentro. La città più martoriata del mondo, quella di Omar, la più distrutta dalla violenza. E insieme la più magica, quella dove i pensieri e i sentimenti nascono veloci e profondi, dove si può stare all’aperto nella notte fredda a porsi le domande più grandi.”

— Gino Strada, Pappagalli verdi

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