ITALIAN POET IN AMERICA
RITRATTO DI EMANUEL CARNEVALI
Compì tutto con una rapidità estrema. Era come un vecchio, saturo di cinismo, e poi, un istante dopo, puerilmente giovane. Rimase in silenzio, poi sussurrò qualcosa, seduto nell’appartamento di Chicago in Division Street dove allora vivevo con T. Parlò della sua infanzia e della sua giovinezza in Italia, rievocò i campi, i cieli italiani, gli uliveti, i vigneti sui fianchi delle colline, la vinificazione. Non ricordo che abbia mai nominato sua madre. Non parlò di fratelli e sorelle, ma quando menzionò suo padre prese ad agitarsi. Era rimasto seduto in silenzio, un bel giovane, robusto, dall’incarnato scuro e i folti capelli neri, il tipo di uomo per il quale avresti detto che le donne sarebbero capitolate, anche se mi confessò che non accadeva. Mi disse che anzi era questo il suo principale problema, la pena della sua vita. «Ho terribilmente bisogno di una donna, ma chiedo troppo. Le spavento», si lamentò.
Rimase quindi seduto, così, parlando a bassa voce, mentre T non prestava troppa attenzione. A T piacevano i giovani sempre mezzi invaghiti di lei. Ne aveva un bel seguito, giovani poeti minori, uomini con romanzi sospesi a metà che non avrebbero mai terminato. Venivano a leggere e a discutere con lei i loro manoscritti, come avevo fatto io anni prima, e spesso nel tardo pomeriggio o in prima serata, quando rientravo a casa, la trovavo seduta nella semioscurità con uno di questi tali.
Non mi importava, ne avevo abbastanza ormai. Nell’aria volteggiava quel sentimento di semi-amore, di adorazione a distanza di sicurezza, di cui molte donne amano nutrirsi. Ma non avrebbe potuto incassarlo dal mio amico italiano.
Lui odiava questo genere di cose quanto odiava suo padre. Quando, nei racconti della sua precedente vita in Italia, giunse al padre, divenne violento. Balzò in piedi, camminava su e giù per la stanza. «Avrei dovuto ucciderlo prima di partire. Era un bruto. Un incolto. Non puoi capire, uno zotico, rozzo e ignorante. Uno che però si è fatto strada nel mondo, ma con la pura e semplice brutalità. E il suo sangue scorre nelle mie vene – quel villano analfabeta, quell’animale».
Il mio poeta italiano aveva denti bianchi e affilati. Su un tavolo della stanza c’era una coppa piena di arance. Le prese, una per una, le morse a metà, il succo che schizzava ovunque, gettò le mezze arance sul pavimento. T aveva comprato dei tappeti nuovi e costosi. Era talmente adirata con lui che non riusciva a parlare. Si alzò e corse fuori dalla stanza, nella sua camera da letto, sbattendo la porta. «Vedi», gridò lui, riprendendo posto sulla sedia e sorridendo.
«Vedi cosa faccio alle donne. È la mia violenza. Le spaventa. Le fa infuriare. È troppo per loro. Ma è il poeta che dimora in me. Sono tutto odio o tutto amore. Queste mezze donne, in America – disse –, vogliono che tutto sia edulcorato, svuotato di significato. Lo spirito forte della vita le spaventa e le disgusta. Non sono vere femmine. Una donna che si possa definire tale, è un’entità gloriosa. Non teme nulla. Se incontra un uomo forte, duella con lui, si lascia conquistare. Sa amare. È ciò che cerco. Quando finalmente la scoverò, se mai accadrà, troverò pace. Dalle mie vene sgorgherà amore. Sarò solo amore. Allora sarò davvero un grande poeta».
Nonostante le proteste di T, sovente infuriata, continuai a ospitarlo nell’appartamento.
Giunse l’estate e mi recai con lui al lago, a nuotare. Ci spingemmo molto al largo, finché il coraggio non mi abbandonò e feci marcia indietro, ma lui proseguì finché non pensai che se ne fosse andato davvero, verso l’ignoto – verso la sua morte lì fuori. Stazionai tremante sulla riva. Più tardi scrissi per lui una poesia, per il suo rimpatrio dal mare.
Intitolai i miei versi Un poeta morente. Parlavo di un uomo che si era sporcato, infangato e gettato in mare. Dalle acque riemergeva qualcosa di ignoto e diverso. Era un soldato, un vecchio cencioso, uno che partiva per un viaggio, un giovane bianco e candido.
Correva. Si insinuava tra i cespugli. Inseguiva una dea che incedeva silenziosa sull’orlo del mare. Lei portava pesanti bracciali d’oro e tra i capelli una catena d’argento intarsiato. Non gli ho mai mostrato i miei versi.
Senza dubbio, c’era qualcosa di deprimente. Disse che era colpa del commercialismo della nostra terra, che era venuto in America alla ricerca di una nuova vita, un’esistenza libera, ricca e gloriosa. Aveva un sogno, quello di incontrare, conoscere, amare e capire uomini e donne. Si infuriò e maledisse la terra, poi d’improvviso divenne di nuovo gentile. Mentre camminavamo mi raccontava piccoli aneddoti della sua vita.
Mi disse che era fuggito da suo padre e che, poiché a quel tempo gli uomini potevano entrare liberamente in America da ogni Paese, era giunto qui, sbarcando al porto di New York. Aveva un po’ di soldi. «Li ho rubati a mio padre e sono scappato da lui», disse. «Sarei dovuto rimanere finché non l’avessi ammazzato». Ho capito che suo padre era diventato un commerciante. Possedeva anche delle fattorie.
«Non riusciva a comprendere che ero un poeta. Mi voleva come lui, un bugiardo, un imbroglione, una macchina da soldi».
A New York aveva peregrinato per le strade in cerca di lavoro. Non conosceva nessuno.
Aveva preso una stanza in un’affollata casa popolare con una famiglia italiana. Imparò la nostra lingua in fretta. Una delle figlie della famiglia italiana lavorava in una fabbrica.
«La notte mi infilavo nel suo letto», raccontò. Era una donna grezza ma gentile. Quando la famiglia che lo scoprì a letto con la figlia gli chiese di sposarla, lui lo fece.
«Perché mai non avrei dovuto sposarla? Esistono diversi tipi di matrimoni, matrimoni di spirito, di corpi. Giacere con lei è stato un sollievo per me come per lei. A volte – disse – nell’oscurità della sua stanzetta, in cui mi ero insinuato, con i rumori della strada che ci raggiungevano mentre sostavamo vicini nel buio e nel silenzio, potevo immaginarla come la vera donna dei miei desideri»
Ma per lui non erano le vere nozze, quelle definitive. Anelava, diceva, a un matrimonio dell’anima, della mente. C’era, certo, la carne, ma doveva essere adornata dalla mente, dallo spirito. Parlò a lungo della donna dei suoi sogni. Se la figurava come un giovane albero slanciato ai margini di una foresta.
«I pensieri la attraversano come un vento leggero che soffia su un campo di grano maturo». Diceva di essere sempre con lei, nei suoi pensieri. «Cammino con lei in un campo foderato di neve. Sono con lei sotto il temporale in una foresta. Vivo con lei, ora in un’umile casa, ora in un gran palazzo».
A New York aveva trovato un posto di lavoro, in un ristorante, come lavapiatti.
«È stato orribile», disse. «Era disgustoso, tremendo». Descrisse il posto, l’acqua sudicia dei piatti in cui era costretto a infilare le mani. «Il cibo era caduto sul pavimento ed era stato calpestato dai camerieri che entravano e uscivano di fretta. C’ero dentro fino al collo. Avevo le scarpe sudicie e il tanfo mi impregnava i vestiti. Lavoravo tutto il giorno in silenzio, mentre dentro di me imprecavo».
Era scappato dalla moglie e aveva preso una stanza in una casa sull’East River, a New York.
«Di notte andavo al fiume», raccontava. «Nuotavo. Sono sempre stato un poderoso nuotatore. Di notte, quando pioveva, quando la pioggia estiva cadeva sulla superficie del fiume dove nuotavo nell’oscurità, con le barche che a volte andavano su e giù, ero felice. Poi vidi la donna dei miei sogni. Nuotava con me. Allora scrivevo versi, oh, che versi».
Si recò in un luogo… una specie di missione direi… dove prendeva lezioni della nostra lingua.
«Pensavo di averla trovata lì», disse.
C’era una giovane donna che veniva alla missione per insegnare. Una giovane donna benestante. Disse che era venuta a lavorare lì per aiutare i giovani poveri come lui. Un cinico sorriso gli sfiorava gli angoli della bocca mentre ne parlava. Cominciò ad andare in giro con lei, persino a casa sua. Le scriveva poesie.
«Lei cominciò a darmi dei soldi», disse. «Mi comprò degli abiti. Non dovevo più lavorare al ristorante. Passeggiavo, vagavo nei parchi. Ascoltavo le voci degli americani che parlavano la vostra lingua. Imparavo in fretta».
Non frequentava molto casa sua. Suo padre, disse, era un vecchietto nervoso che era stato tesoriere di una grande azienda manifatturiera ma era andato in pensione. Collezionava quadri e prime edizioni di libri e aveva un importante orologio d’oro che batteva le ore. Lo teneva sempre all’orecchio del poeta e pretendeva che lo ascoltasse. «Era tutto falso», disse. Per la donna, la figlia di casa, lui era un giovane genio. Era diventata la sua protettrice.
«E comunque, a modo suo, cercava di amarmi», disse.
«Era come la donna che hai in casa», proseguì. Era convinta che un giorno lui sarebbe diventato un uomo importante. Le piaceva che scrivesse versi sui suoi occhi, sui suoi capelli, sulle sue labbra, sulle sue mani. Lui diceva che aveva delle mani molto belle.
«Volevo che toccassero il mio corpo, che guarissero il mio lato inquieto», disse.
«È stato grazie ai versi che le ho scritto che mi ha accolto. Non capiva il mio io interiore, spesso così miserabile. Non riusciva a capire che sono la più piccola di tutte le piccole cose che Dio ha creato, il mio essere infinitamente piccolo e al contempo infinitamente grande. Ad ogni modo ho lavorato su di lei. Sono un uomo passionale. Volevo andarci a letto, possederla».
Mi disse di aver pensato che, possedendola, avrebbe potuto risvegliarla.
«Così l’avrei fusa in me stesso – disse – l’avrei resa una parte reale della mia piccolezza, della mia meschinità, della mia grandezza». Affermò che era molto bella, sapeva vestirsi meravigliosamente. «Quando camminavo con lei mi piaceva lambire la stoffa di cui erano fatti i suoi abiti».
Lui seguitava a dedicarle versi, a dichiararle il suo amore, e lei a non abbandonarsi a lui.
«Mi offrì le sue labbra. La cinsi tra le mie braccia. Le mie mani si insinuavano sul suo corpo, ma lei non lasciava che le sue mani si introducessero sul mio».
Si arrabbiò con lei. Cominciò a odiarla. Tramò qualcosa e un giorno, a tarda ora, quando seppe che la contadina italiana che aveva sposato sarebbe stata a casa con la sua famiglia nel quartiere italiano della città, la condusse lì.
«Le dissi che volevo farle vedere la mia gente. Salimmo su un taxi e ci recammo lì, in quel posto. Lei lasciò il taxi ad un angolo e mi seguì nel condominio in cui vivevano gli amici di mia moglie», raccontò. Non sapeva che lui la stava portando da sua moglie, non aveva idea che ne avesse una.
«Conoscevo le mie donne italiane», disse. «La condussi lì, in quel condominio, in una strada dove vivevano solo italiani. Salimmo le scale. La famiglia di mia moglie viveva al quinto piano. Lei salì con me, il pazzo, e io cominciai a gridare. “Guardate cos’ho trovato, una donna americana. Mi ama, è la mia amante”, gridai».
Raccontò che le donne italiane uscirono in massa dai diversi piccoli appartamenti dell’edificio. Sua moglie e sua suocera corsero su un pianerottolo in cima alle scale e la donna italiana che aveva sposato cominciò a urlare e a imprecare.
«Le donne presero a picchiarla», mi raccontò. La circondarono, strappandole i suoi bei vestiti. Lei correva giù per le scale inseguita dalle femmine e lui la seguiva. Si fermò in strada e rise. Fu così, disse, che si vendicò di lei.
«Per aver osato credersi superiore a me, al mio mecenate, a me poeta», disse.
Scrissi della brutalità del mio amico, di cui senz’altro andava fiero. «È necessario essere violenti. A volte è l’unica lingua che viene compresa. Se sei un poeta ti calpesteranno. Ti distruggeranno. Devi distruggerli prima che lo facciano loro. È l’unico modo», disse. La sua voce si fece aspra.
«Ogni artista, ogni poeta deve difendersi. Dentro di sé porta qualcosa di prezioso. Deve essere abbastanza forte da lottare per difenderlo», asserì. Era arrivato a Chicago, attratto da ciò che sentiva che stava accadendo in quel momento nella città occidentale. Era il periodo in cui i poeti Vachel Lindsay, Edgar Lee Masters, Carl Sandburg e altri stavano salendo alla ribalta. In tutto il Midwest, per un certo periodo, c’è stata un’ascesa d’interesse per la poesia. I poeti leggevano i loro versi in pubblico. Carl Sandburg aveva scritto i suoi Chicago poems, Vachel Lindsay eroicamente si batteva per far cantare il pubblico con lui e la Spoon River di Master stava vendendo come un romanzo popolare.
«Tutto questo, ahimè, svanirà. Non giungerà a nulla», divinava il mio poeta italiano.
Tuttavia, era stato chiamato da Miss Harriet Monroe, che aveva iniziato a dargli del denaro. Lei, quella strana fanciulla dall’aria così gentile, signorile, aveva un debole per gli uomini come il mio amico. «Vai da lei. Le entri in casa. Cominci a imprecare. Più forte è il tuo linguaggio, meglio è per te», mi disse ridendo.
E aggiunse: «Se sei abbastanza volgare, abbastanza rozzo, lei comprerà e pubblicherà i tuoi versi». Ho parlato molto della brutalità del mio amico. Ma sapeva essere anche molto gentile.
«Ci sono sotto, sono finito», mi disse. Eravamo andati a passeggiare insieme in riva al lago e mi confessò di essere vittima della sifilide. Mi raccontò di aver vagabondato di notte dopo aver lasciato la moglie, una volta arrivato a Chicago, per le strade oscure della città. Diceva ch’era pieno di prostitute che vagavano e si appostavano, come lui a volte si nascondeva sulle scale. Disse che, all’epoca, avrebbe voluto diventare un ladro, un rapinatore. «Solo il timore di essere preso e spedito in prigione, mi ha trattenuto dal farlo».
«Cominciai – spiegò – a sentirmi molto vicino alle donne decadute del quartiere». Erano emarginate come lui. Mentre raccontava della bizzarra bellezza che intravedeva in quelle creature perdute, virò su un’insolita delicatezza.
«Iniziai a pensare – disse – che se mai avessi trovato la donna in grado di tranquillizzarmi, di farmi vivere serenamente con gli altri, l’avrei rinvenuta tra queste donne». Aveva cominciato a parlare con le donne incrociate di notte per le strade della città, ad andare in giro con loro. Quando una di queste aveva una notte infruttuosa, a volte lo portava nella sua stanza, in qualche appartamento. Le donne cominciarono a fornirgli del cibo. Gli comprarono degli abiti. «Facevo l’amore con loro. Erano come me, sempre in cerca d’amore e a mani vuote», disse. Era sempre molto garbato quando parlava delle donne emarginate, una delle quali gli aveva procurato la terribile malattia.
«Ciò che elargiscono agli uomini in cambio di denaro non è nulla. Nient’altro che un gesto vuoto», diceva. «Tuttavia, c’è sempre qualcosa di intimo che sperano di poter dare. Ma poche di loro hanno l’opportunità di darlo a un poeta».
Si era ammalato e quando, più tardi, un gruppo di uomini di Chicago si interessò a lui, credendo nel suo genio e provando a farlo curare (lo misero in un sanatorio), non volle rimanere.
Era stato portato da un uomo facoltoso nella sua tenuta di campagna. Si trattava di una proprietà in cui il riccastro viveva solo pochi mesi durante l’anno.
L’agiato signore era un appassionato di uccelli canori. Aveva assunto un uomo per nutrirli e accudirli, ma il mio amico poeta, in preda a uno dei suoi strani attacchi d’ira, prese un fucile e cominciò a uccidere i volatili.
In seguito, venne a cercare di spiegarmi. «Ho fatto qualcosa di spaventoso. È la malattia che mi sta divorando. Non volevo che cantassero per lui», disse. «Sono andato con la pistola. Ho cominciato a sparare, a sterminarli, ma ogni volta, mentre facevo fuoco, quando vedevo cadere l’uccello che cantava, piangevo. Eppure ho continuato a uccidere finché non mi hanno messo in fuga. Avevo iniziato e, nonostante il dolore, non potevo fermarmi. Volevano curarmi dalla sifilide, ma forse è a causa della sifilide che, prima di morire – e perché ho donato un’ora d’amore a una povera donna – emarginato come sono, canterò ancora dei versi puri e belli».
Infine, in una notte d’inverno, si presentò a casa mia. Era molto pallido e mi sembrava che nei suoi occhi brillasse un’insolita luce. «È una strana notte. Vieni con me», disse. Mi raccontò che era andato a vivere con un’altra donna di strada.
«Lei è al lavoro stasera e io mi sento solo», confessò. Non lo vedevo da diversi mesi e la sua malattia mi sembrava divampata. Era molto magro e malvestito, senza cappotto. La notte aveva un retrogusto amaro e dal cielo cadeva una fitta nevicata.
Trascorremmo insieme una mezz’ora, dapprima parlando tranquillamente e poi invitandomi a seguirlo nel buio.
«Mi sono messo con questa donna», mi spiegò. «Sta in una casa di prostituzione. Ora è andata lì. È il luogo in cui lavora. Mi ha dato una stanza e il pomeriggio viene a stare con me».
Mi disse che sentiva di essere prossimo alla morte, che le belle poesie che sperava di scrivere sarebbero rimaste inevase e che la prostituta che lo manteneva aveva dichiarato che quando lui sarebbe morto lei avrebbe fatto la stessa fine.
«Ho trovato quel che cercavo in lei e lei l’ha trovato in me», dichiarò. Cominciò a gridare: «È così. È così. L’ha trovato», gridò.
«È l’unica cosa che sono riuscito a fare. Le ho dato amore. L’ho fatto. Ci sono riuscito».
Si mise a gridare davanti a me e poi, prima che potessi interferire o fermarlo, corse fuori dal mio appartamento. Sentii i suoi passi sulle scale e scesi a richiamarlo, tentando almeno di dargli un cappotto caldo da indossare, ma quando riuscii a finire una rampa di scale e a raggiungere la strada era già scomparso nella bufera.
Deve aver corso all’impazzata, per ore, in quella notte tempestosa. Quando si trovava nel mio appartamento e prima che si agitasse e fuggisse via, aveva parlato della bellezza della tempesta, dicendo che ci si era fiondato perché voleva sentirsi parte di essa. «Voglio dentro di me la sua bellezza», aveva detto.
Così scappò da me nella bufera e più tardi lo trovarono durante la notte. Era inginocchiato nella neve davanti alla casa di prostituzione in cui lavorava la donna che lo manteneva. Sono sicuro che un uomo, un cliente del posto, senza dubbio un signore dall’aspetto molto rispettabile, sarebbe uscito dalla porta, avrebbe guardato con cautela su e giù per la strada e poi avrebbe visto il mio amico poeta, inginocchiato davanti alla porta della casa, nella neve.
Era lì, immerso nel bianco davanti alla casa di tolleranza, e urlava. Gridava a Dio, intimandogli di salvare la propria anima e quella della donna, imprecava contro il lavoro nella casa, una delle donne con cui aveva contratto la malattia doveva sapere che lo stava uccidendo.
L’intera vicenda, l’avventura di quella notte era, ne sono certo, un modo per suicidarsi. Era ormai la fine per lui. Lo portarono in casa, telefonarono a un ospedale e lo mandarono via. Ho perso ogni traccia di lui. Quale sia stata la sua fine definitiva non l’ho mai saputo, avendo sempre la sensazione che la sua vera fine sia avvenuta in quelle ore, inginocchiato davanti alla casa della donna perduta, nella neve. Almeno sono abbastanza certo che ciò che noi umani chiamiamo “la nostra lucidità” se ne andò da lui dopo quella notte.
Sherwood Anderson
Il testo è tratto da “Decision” vol. II, n. 2, Agosto 1941 (Editor: Klaus Mann). Traduzione di Fabrizia Sabbatini.
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